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Risciò o pedalò: Torino tra Alassio e Pechino.

Thursday, September 24th, 2009

Una mattina tepida di inizio autunno. Piazza Carlo Felice ci accoglie nel modo che le è usuale. Carta che vince, carta che perde; Porta Nuova, la grande M, che ancora sorprende un po’; il giardino Sambuy, prevalentemente verde, con qualche foglia a terra, accanto a bottiglioni vuoti di birra “Timisoarana”, da due litri, in plastica. Niente di nuovo sotto il sole.

A un tratto, l’occhio cade dalle parti del parcheggio dei Taxi. La solita, ordinata, fila bianca, il solito capannello di tassisti in attesa.

E poi uno strano movimento, una coda articolata e snodata, che si fa largo tra le vetture a noleggio, davanti al Jolly Hotel, dietro il 34, come ochette dietro Konrad Lorenz.

Tre ruote, pedali, carrozzeria bianca: un risciò in piena regola, appena un po’ moderno.Immag0272

Congetture: vuoi vedere che Torino rivoluziona la mobilità? Un mezzo agile, economico, a impatto zero. E guidato da autisti con polpacci tonici. Cosa desiderare di più?

Ma in inverno come faranno? E i tassisti come la prenderanno? Ci vuole una licenza? Magari mi ci butto anch’io.

Allora fermo un autista: un ragazzo di 22 anni, disinvolto anche se un po’ affaticato, come i colleghi e le colleghe che lo circondano.

Mi controllo le tasche, non ho spiccioli, sarei anche salito. Ma non ce n’è bisogno. “Il giro per il centro è gratuito…”. Fantastico, una vera pacchia. Già. Lo faccio finire “…è gratuito per oggi: offre lo sponsor. Devi sapere che noi promuoviamo il prodotto bla bla bla, che puoi trovare qui e là. E fino alle 19 pedaliamo. Come in Cina, anche se io mi sono allenato quest’estate, in Liguria, sul lungomare”. E domani? Domani basta, i risciò migreranno. Del resto, la stagione è quella giusta.Immag0274

Torino e Gian Paolo Montali: intervista esclusiva

Wednesday, September 23rd, 2009

Cinque anni dopo l’esperienza giavenese, in cui, evento più unico che raro, il commissario tecnico della Nazionale italiana allenò, per una seduta, una formazione di prima divisione, dunque la settima serie, Gian Paolo Montali mostra, di nuovo, una grande sensibilità e doti umane fuori dal comune.

È passato molto tempo, e tante cose sono cambiate: il Free Volley Giaveno, nel suo piccolo, non esiste più; e Montali, da ormai tre anni, non si occupa più di pallavolo.

Il suo strepitoso curriculum, unito all’innegabile carisma; all’aura di vincente; alla bella testa sostenuta da un bel volto, ha fatto sì che venisse eletto, nel giugno del 2006 su designazione IFIL, consigliere di amministrazione della Juventus Football Club S. p. A.

Una ventata di freschezza e di competenza, un’immagine pulita e super partes, per ridare lustro alla squadra più amata d’Italia dopo lo tsunami dello scandalo del calcio.

Montali ha fatto tanto e tanto sta facendo, per la Juventus, ma non è, al momento, d’interesse tracciare un bilancio della sua esperienza calcistica, né di sport in generale, a parte qualche ragguaglio sul destino dei pallavolisti giavenesi allenati nel 2004.  Il colloquio, dopo una stagione così lunga, travagliata e chiacchierata, vira ben presto su Torino. Ora, infatti, il suo legame con la città e la provincia si è fatto più profondo

<<Fino a tre anni fa non potevo dire di conoscere davvero Torino. La mia era una conoscenza superficiale, da allenatore in trasferta, spesa tra alberghi e palazzetti.

Dal 2006, invece, facendo comunque base al Principi di Piemonte, ho iniziato a viverla per tre giorni la settimana, e ho avuto così modo di apprezzarla. È una città elegante, raffinata. Un po’ chiusa, ma molto bella. Mi dicevano…>>

La interrompo: intuisco che anche Gian Paolo Montali è stato vittima dei tanti cliché sul capoluogo sabaudo. Città fredda, inospitale, un po’ migliorata solo dopo le Olimpiadi invernali del 2006. Sbaglio?

<<No!  In effetti è stato così: mi avevano messo in guardia, ma non ho avuto riscontri negativi: è una città discreta, che per me è un pregio, e colta. Sono attributi nei quali mi identifico; caratteristiche che mi hanno messo a mio agio. E poi, piano piano, i Torinesi sanno aprirsi: alla GAM, ad esempio, dopo qualche tempo mi chiamavano per nome. Ho frequentato assiduamente la Galleria d’Arte Moderna, vicinissima alla sede, apprezzando le opere di Fausto Melotti, che è un artista che colleziono. E poi ho trovato arte anche quando non la cercavo, nei mercatini: ho potuto acquistare dodici quadri di Bice Lazzari, in quest’ultimo triennio; e qualche opera del grande astrattista Albino Galvano. E poi ho scoperto che Carol Rama vive qui, in una piccola soffitta>>.

È riuscito, quindi, a soddisfare il suo amore per l’arte?

<<Sì, prevalentemente alla GAM, ma anche alla Pinacoteca Agnelli. E poi a Torino è possibile visitare tante piccole mostre, anche poco reclamizzate. C’è una vita artistica sommersa brulicante, tutta da godere. E poi il teatro…>>.

Quali ha frequentato?

<<Molto spesso lo Stabile e il Carignano; e poi ho trovato spunti di ottima arte visiva davvero ovunque. Dal Museo del Cinema presso la Mole Antonelliana, alla piccola fumetteria di Via Montebello, in cui si trovano chicche davvero preziose. La fotografia, con la mostra su Giovanni Agnelli. E il cinema, un’altra mia grande passione. Io prediligo i cinema piccoli, e a Torino se ne trovano ancora, un’autentica rarità. Parlo del King Kong; del Centrale; del Nazionale, che raggiungo a piedi. Le uniche visioni in multisala me le concedo al Reposi: uno strappo alla regola solo per i film d’azione. L’ultima fila del Reposi 1 è la mia preferita!>>

In storia dell’arte, quindi, Torino è promossa. Altri cavalli di battaglia?

<<Non lo scopro di certo io, ma chi ama la buona cucina, a Torino va a nozze. Testo e apprezzo innumerevoli piccoli ristoranti; mi scaldo  con tazze di cioccolata con panna, gustate nei tanti caffé storici, tra tutti Baratti & Milano. E poi non c’è occasione, sulla strada del ritorno verso l’Emilia, in cui non mi fermi da Eataly. A Torino è nata in me una grande passione gastronomica: ho portato a casa quintali di pere; ho scoperto aceti di raro pregio e bontà; e poi i krumiri Rossi: non ne posso più fare a meno>>.

Peccato solo che a Torino, da un po’ di anni, non si possa assistere ad uno sport ad alto livello che non sia il calcio.

<<E questo è un vero peccato, perché la città e il pubblico lo meriterebbero. Una delle mie idee, da sottoporre al gruppo Exor, sarebbe quella di creare una polisportiva, sul modello del Real Madrid, che ospiti calcio, basket, e rugby>>.

E la pallavolo?

<<Della grande pallavolo un po’ si sente la mancanza, è vero. Ma nella vicina Cuneo c’è il presidente Valter Lannutti che ha fatto e continua a fare un ottimo lavoro. È un grande imprenditore, animato da passione e competenza. E i risultati si vedono, per quanto, in Piemonte, un tricolore di volley manchi da tempo. Dispiace, perché le Olimpiadi hanno lasciato in eredità impianti magnifici, in cui potrebbero coesistere top team maschili e femminili di ogni sport, tra Palavela, Palaisozaki; lo stadio Olimpico per il rugby. Mentre la Juventus si trasferirà, finalmente, in stadio tutto suo, all’avanguardia>>.

Un successo progettuale unico.

<<Sì, siamo i primi in Italia. Questo stadio aprirà una via nuova, è un fatto storico>>.

La strada, dunque, è iniziata, e le buone idee non mancano. Qualche consiglio, per un decollo definitivo?

<<Io ho la fortuna di lavorare con persone straordinarie; molto preparate e competenti, con cui ho stretto un legame profondo anche e soprattutto dal punto di vista umano. La Juventus e l’ingegner Elkann mi contattarono tre anni fa, in giornate drammatiche e febbrili. Ma la sfida era affascinante ed entusiasmante.

Così Torino, e l’imprenditoria in genere, non solo quella sportiva, dovrebbe avere il coraggio di aprirsi, di guardare all’esterno, di condividere esperienze per crearne di nuove>>.